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Precisazioni sull’imposta di soggiorno

Parte della stampa ha riportato che il Consiglio dei ministri di ieri sera avrebbe emanato un Regolamento che consente ad alcuni Comuni di applicare un’imposta di soggiorno: un provvedimento che sarebbe forse passato inosservato, se non fosse stato adottato dall’ennesimo Consiglio dei ministri d’emergenza.

E’ opportuno precisare che l’imposta di soggiorno era già stata istituita con un precedente Decreto, nell’ambito di quel federalismo fiscale municipale al quale avevo già dedicato qualche post.

Ai sensi del Decreto, “i Comuni capoluogo di Provincia, le unioni di Comuni nonché i Comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte possono istituire, con deliberazione del Consiglio, un’imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio, da applicare, secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a cinque euro per notte di soggiorno. Il relativo gettito è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei servizi pubblici locali”.

I Regolamenti comunali prevedono solitamente che l’imposta sia raccolta dal gerente la struttura ricettiva, il che ha generato qualche malcontento negli albergatori.

 

 

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La modernità del diritto di famiglia cinese

Abito nuziale tradizionale cinese.

Dal punto di vista familiare, le società orientali sono spesso considerate piu’ conservatrici di quelle occidentali. Eppure anche in questo campo la Cina dimostra una certa modernità, se non altro a livello normativo.

Il matrimonio e la famiglia sono regolati da un’apposita legge promulgata negli anni ’80, e piu’ volte modificata in seguito.

Ai sensi dell’articolo 2, il matrimonio “si basa sulla libera scelta, la monogamia e l’uguaglianza fra uomo e donna”.

Ai sensi dell’articolo 3, “i matrimoni arbitrariamente deciso da una terza parte, i matrimoni dietro corrispettivo e qualunque altra interferenza nella libertà di contrarre matrimonio sono vietati. L’esazione di denaro e donativi in relazione alle nozze è vietata. La poligamia è vietata. […] I maltrattamenti in famiglia sono vietati, così come è vietata la derelizione di un membro della famiglia da parte di un altro”.

Ai sensi dell’articolo 4, “marito e moglie devono essersi reciprocamente fedeli e rispettarsi vicendevolmente. All’interno della famiglia devono rispettare gli anziani e intrattenere i giovani, aiutarsi a vicenda e mantenere rapporti matrimoniali e familiari armoniosi, egualitari e civili”.

L’età per contrarre matrimonio ai sensi dell’articolo 6 è piuttosto elevata, ventidue anni per l’uomo e venti per la donna.

Ai sensi dell’articolo 14, entrambi i coniugi conservano il diritto a usare il rispettivo cognome.

Ai sensi dell’articolo 15, nessun coniuge può impedire all’altro di lavorare.

Ai sensi dell’articolo 22, i figli possono utilizzare il cognome di uno qualsiasi dei due genitori.

Ai sensi dell’articolo 23, i genitori hanno il potere e il dovere di disciplinare i figli, delle cui azioni rispondono civilmente.

L’articolo 25 equipara i figli naturali ai figli legittimi.

L’articolo 31 prevede che il divorzio, se consensuale, possa essere concesso in via amministrativa, risparmiando così ai coniugi spese e travagli giudiziari.

Il divorzio non consensuale, invece, dev’essere concesso dall’Autorità giudiziaria. I coniugi possono decidere liberamente il regime patrimoniale della famiglia, fermo restando l’obbligo di assistenza reciproca. In caso di divorzio, a seguito di una recente riforma alla divisione dei beni e all’assegnazione della casa coniugale si provvede proporzionalmente a quanto ciascun coniuge ha contribuito ai bisogni della famiglia.

La modernità del diritto di famiglia cinese fa riflettere soprattutto se si pensa che la famiglia cinese, a differenza di quella occidentale, è cambiata solo da poco tempo (fino ad alcuni anni fa il tasso di divorzi era bassissimo). Il legislatore cinese, evidentemente, è molto rapido nell’adeguarsi ai tempi.

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“La zona grigia. Le leggi dell’Unione Europea contro la discriminazione ed il ritardo legislativo dell’Italia” di Lidia Borghi

A luglio 2011 è stata diffusa, in Italia, la prima indagine riguardante i famigliari cristiani di alcune persone LGBT (acronimo per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali).

Commissionatami dal portale italiano denominato Progetto Gionata (link: http://www.gionata.org/), che accorpa i numerosi gruppi italiani di omosessuali credenti, ha potuto contare sulle testimonianze dirette di diverse persone – madri, padri e parenti stretti – che convivono con lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (link: http://www.gionata.org/genitori-figli/genitori/testimonianze-di-fede.-i-famigliari-cristiani-di-persone-lesbiche-gay-bisessuali-e-transessuali-si-raccontano.html).

Il reportage è nato dall’esigenza di far parlare per la prima volta, nel nostro Paese, i famigliari cristiani – soprattutto cattolici – di alcune persone con orientamento sessuale altro, rispetto alla norma eterosessista vigente sul suolo nazionale, al fine di far sapere all’opinione pubblica che cosa essi pensino dell’omonegatività sociale (termine utilizzato per la prima volta nel volume Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, Il Saggiatore, Milano 2007 di Vittorio Lingiardi) della chiesa cattolica.

Come è possibile leggere all’interno dell’introduzione all’indagine, «L’elemento che, più di tutti, è stato posto in risalto dalla gran parte delle persone da me intervistate, è quello della loro appartenenza alla religione di Gesù Cristo, grazie al messaggio d’amore ed inclusione contenuto nei Vangeli, il che mi ha spinta a parlare di famigliari “cristiani” e non “cattolici”. Molti genitori, infatti, hanno teso a sottolineare che si sono distaccati in modo netto dalla chiesa cattolica in quanto istituzione: è la sua gerarchia ad essere stata da loro accusata – spesso senza mezzi termini – di non mettere in pratica il messaggio evangelico e di aver bollato le persone LGBT come immorali.»

Le poco meno di venti testimonianze raccolte in questo reportage appartengono ad altrettante persone che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto per denunciare la campagna discriminatoria portata avanti dall’istituto della chiesa cattolica apostolica romana (attraverso documenti come il Magistero ed il Catechismo) contro le loro figlie, i loro figli, le loro sorelle ed i loro fratelli, appartenenti al mondo LGBT. Di seguito ho riportato alcuni estratti, fra i più significativi, di quelle dichiarazioni.

SUSANNA, 48 ANNI, MADRE DI MATTEO, 24

«Nel momento in cui Matteo mi ha parlato della sua omosessualità ho avuto una reazione molto negativa e sono stata molto egoista perché la prima cosa che ho pensato è stata quella di non diventare nonna. Poi ho capito di aver ferito nel suo essere più profondo mio figlio, e questo vedere stare male mio figlio vederlo offeso, rammaricato, triste, era come se gli avessi lanciato un macigno addosso. Questo mi ha fatto capire quanto stavo sbagliando seguendo la “tradizione” culturale e cattolica.» Genova, aprile 2011

MILA, 60 ANNI, MADRE DI JACOPO, 32

«Spesso si parla della chiesa cattolica nella sua interezza mentre, nel caso dell’omonegatività sociale, sono soprattutto i suoi vertici ad avere un atteggiamento di chiusura, così come lo ha in merito a tante altre tematiche, che hanno spesso a che fare con la libertà individuale. Questo che sta vivendo la chiesa cattolica è un momento particolare: molte persone se ne stanno allontanando a causa della mancanza totale di adeguamento alla modernità da parte del Vaticano. (…) L’atteggiamento dei suoi vertici è, secondo me, dettato da una politica sbagliata perché, invece di affrontare, di comprendere e di riprendere il cristianesimo delle origini, al fine di riportare al centro del messaggio evangelico la sacralità della persona, va nella direzione opposta. Dio è amore per la persona! E purtroppo la chiesa cattolica è diventata un potere politico ed economico mondiale, per cui ha tutte le sue cose da curare e, magari, sta perdendo di vista tutta la parte vera della chiesa. (…) Il fulcro sta tutto qui, nel concetto di laicità di uno stato: spesso si tende a non voler capire che si può essere credenti, indipendentemente dalla confessione religiosa, pur continuando ad essere laici… Altra cosa è l’impegno civico di ognuno di noi. Ogni cittadina ed ogni cittadino ha necessariamente dei rapporti con uno stato che dovrebbe tutelare ogni persona, in modo laico, indipendentemente dal credo, dal sesso, dall’orientamento sessuale.» Livorno, maggio 2011

URSULA RÜTTER BARZAGHI, 70 ANNI, MADRE DI ENRICO, DECEDUTO PER AIDS NEL 1990

«Io dico sempre che gli esponenti della chiesa cattolica hanno bisogno di essere convertiti… All’amore… Facciano pure se il loro intento è quello di convertire il mondo al cattolicesimo. La fede non si discute. Solo che coloro che la portano in giro dovrebbero basarsi su qualcosa di veramente cristiano. Comunque io dico sempre che non è mai troppo tardi… Vedrai che piano piano li convinciamo a ritornare al cristianesimo… (…) Penso che il problema più grande delle gerarchie cattoliche abbia a che vedere proprio con l’utilizzo della vergogna come sistema di controllo e di potere… Forse si tratta di un filo della santa inquisizione che non è stato tagliato del tutto… Piccolo e modesto, sì, ma prima o poi andrà tagliato! E pensa che danno che stanno facendo! Sai che c’è? Io imporrei il copyright sulla parola “cristianità” e vieterei alla chiesa cattolica di pronunciarla, al fine di evitare che quei farabutti definiscano “cristiano” ciò che non lo è.» Milano, maggio 2011

MARIA, 55 ANNI, SORELLA DI REGINA

«Mia mamma ci ha sempre insegnato sin da piccoli a pregare; ricordo che tutte le sere riuniti intorno a lei recitavamo il rosario, ci ha educati a volerci bene ed aiutarci tra noi. (…) Mauro, chiuso nel suo dolore, lentamente riesce a riprendersi con l’aiuto del suo compagno, sì perché all’età di 25 anni inizia la sua trasformazione diventando una donna che si chiamerà Regina come nome d’arte. Tutto inizia lentamente, facendosi rifare prima il seno e, poi, ad intervenire con la chirurgia per i fianchi e i glutei. Lui diventa una lei ed avviene così una trasformazione fisica, capelli biondi, tacchi a spillo, vestiti aderenti e corti che sottolineano maggiormente seno e glutei. Questo suo cambiamento è stato per noi una grossa ferita che andava sempre di più lacerandosi nel vedere i suoi cambiamenti e le persone che continuavano ad additare per strada o nei negozi. (…) Sono passati tanti anni da questo evento, mia sorella si è trasferita a Viareggio per non creare disagi alla famiglia, e lì ha iniziato la battaglia contro l’omofobia e lo sfruttamento verso le transessuali soprattutto brasiliane, diventando la presidente di un consultorio voluto dalla regione Toscana per le persone che devono iniziare delle cure ormonali e prepararsi ad una trasformazione (Regina è vice presidente nazionale dell’associazione Transgenere – Movimento di Identità Transessuale. N.d.a.). Ho sempre cercato di non giudicarla e di non farle pesare il mio forte disagio e dolore, facendole sempre sentire il mio amore senza condannarla, c’è già un mondo che la condannerà.»

FRANCESCO, 50 ANNI, PADRE NON BIOLOGICO DI STEFANO

«Siamo una coppia di 50 e 51 anni, io Francesco credente ma non praticante, Edo si dichiara ateo. (…) Stefano studia medicina a Genova e lo fa con molto impegno (…). Naturalmente come nucleo familiare non potevamo vivere sotto una campana di vetro, le nostre rispettive famiglie sanno tutto, io frequento quasi tutti i parenti di Edo e mi sembra che non ci siano problemi, non è così per Edo che per opposizione di mia madre fervente cattolica praticante da più di vent’anni appartenente ad un movimento integralista all’interno del cattolicesimo (i Focolarini. n. d. a.), non accetta questo rapporto d’amore perché a suo dire peccaminoso, mi ha proibito di venire anche solo in vacanza con Edo, per cui pur sapendo sia mia madre sia mio fratello, Edo non è conosciuto dalla mia famiglia d’origine che sa tutto di me (…). Stefano in questo momento è single, ma con noi è molto aperto ci racconta di sé e dei suoi desideri e sogni, se un giorno avrà qualcuno/a al suo fianco, dimenticavo di dire che Stefano e bisessuale, nonostante la gelosia di Edo lo accoglieremmo come un altro/a figlio/a. perché vogliamo il suo bene e che sia felice più di quanto lo siamo stati noi alla sua età. All’inizio nel presentarmi mi sono definito credente ma non praticante questo perché non mi sento di far parte di una chiesa dove i vertici non accettano e non riconoscono la mia persona e la mia relazione, li trovo disumani e poco coerenti con il messaggio d’amore di Gesù Cristo. Non voglio e non mi interessa aver nulla a che fare con questa gente, io so che Dio mi ama per quello che sono e mai mi condannerebbe perché condannerebbe se stesso che mi ha creato gay.» Savona, marzo 2011

L’attuale legislazione dell’Unione Europea, in merito ai provvedimenti giuridici antidiscriminazione, si basa sul Trattato di Lisbona, stipulato il 13 dicembre del 2007 ed entrato in vigore il primo dicembre 2009. Gli articoli di legge presenti al suo interno in parte sostituiscono ed in parte integrano quelli del precedente Trattato di Amsterdam e sono stati studiati allo scopo di irrobustire le norme a tutela dei diritti fondamentali dell’essere umano.

All’interno dell’articolo 1 bis del Trattato di Lisbona si legge: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.» In particolare, l’Unione Europea, attraverso il Trattato di Lisbona, «combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.» (articolo 2)

Se si analizzano un po’ più nel dettaglio gli articoli di legge dedicati alla lotta contro tutte le discriminazioni si può desumere che, in base al principio democratico che regge l’Unione Europea, essa si è posta quale fine ultimo il rispetto del principio d’eguaglianza delle cittadine e dei cittadini, i quali «beneficiano di uguale attenzione da parte delle sue istituzioni, organi ed organismi (…)» (articolo 8b).

Inoltre, all’interno dell’articolo 8c viene sottolineato che i parlamenti nazionali degli stati membri possono e debbono contribuire al buon funzionamento dell’Unione Europea, in particolare «vigilando sul rispetto del principio di sussidiarietà secondo le procedure previste dal protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità» e «partecipando, nell’ambito dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, ai meccanismi di valutazione ai fini dell’attuazione delle politiche dell’Unione in tale settore, in conformità dell’articolo 61 C del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ed essendo associati al controllo politico di Europol e alla valutazione delle attività di Eurojust, in conformità degli articoli 69 G e 69 D di detto trattato».

Inoltre, l’articolo 10 del suddetto trattato è quello che contiene le direttive più chiare in merito alla lotta contro le discriminazioni: «L’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale», laddove il precedente trattato, stipulato ad Amsterdam, restringeva l’obbligo dell’integrazione al solo genere. Qual è la novità più importante contenuta nel dettato emesso a Lisbona? L’intera sua missione è stata inserita nella Carta dei diritti fondamentali, che viene così resa vincolante, a livello giuridico, in tutta l’Unione.

Da qui prende il via la sfida più grande per l’Unione Europea, iniziata nel 2009, per dirla con le parole di Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Europea nonché commissaria responsabile per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza ovvero «concretizzare questo impegno nella società europea». Con queste parole la Reding ha teso a sensibilizzare i governi locali degli stati membri affinché essi continuino a portare avanti la loro opera di collaborazione fattiva con  gli enti pubblici, le organizzazioni non governative (ONG), i gruppi sindacali, i mass media, le imprese e quant’altro, al fine di creare una base comune di lavoro che porti ad abbattere le barriere innalzate dalle tante forme di discriminazione. Viviane Reding ha poi sottolineato che «per essere veramente “fondamentali”, i diritti non devono essere considerati un settore politico isolato (…), aggiungendo che (…) siamo tutti influenzati dalla società in cui viviamo, ma ne siamo anche responsabili. Auspico vivamente che si possa continuare a lavorare tutti insieme, in modo proficuo, per raggiungere un’effettiva parità in un’Europa priva di discriminazioni.» (fonte: Promozione delle pari opportunità: attività del 2009 per contrastare la discriminazione, Commissione europea, Direzione generale per l’Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, unità G.4, giugno 2010)

Risulta di fondamentale importanza sottolineare la portata giuridica dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: nonostante il fatto che di rado i casi di discriminazione giungano in tribunale, quelli che vi arrivano rappresentano altrettanti punti di riferimento imprescindibili per il diritto degli stati membri, al fine di garantire sempre la giustizia alle vittime di attacchi discriminatori. In tal senso risultano assai importanti gli studi emessi da Eurobarometro, grazie ai quali i dati rilevati a livello nazionale, all’interno degli stati membri, vengono messi a confronto con quelli delle nazioni candidate ad entrare nell’UE, garantendo una visione a tutto tondo della situazione europea. Per fare un esempio concreto, ancora a novembre del 2009, stante la relazione di Eurobarometro stilata fra maggio e giugno, è stato rilevato come la discriminazione, in particolare quella sui luoghi di lavoro, sia ancora ben salda, nella fattispecie quella che prende le mosse dai motivi più ricorrenti, razza, etnia, età, disabilità, orientamento sessuale, genere, religione e convinzioni personali. Il tutto nonostante la severità delle norme europee in tema di discriminazione. Se si entra un poco più nel merito della discriminazione a causa dell’orientamento sessuale, si nota inoltre che sono state rilevate differenze anche importanti fra i diversi stati membri: per esempio, il 68% delle cittadine e dei cittadini olandesi ha dichiarato di avere amiche ed amici LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), mentre solo il 3% delle cittadine e dei cittadini rumeni ha dichiarato la stessa cosa. Inoltre, sempre dall’indagine 2009 dell’Eurobarometro è emerso che «sempre più persone hanno amici di orientamento sessuale o etnia differente. Non è quindi una sorpresa che queste persone siano più sensibili ai problemi della discriminazione e meno inclini ad avere pregiudizi. Possiamo pertanto aspettarci una diminuzione della discriminazione se i gruppi sociali più vicini alle persone continuano a rispecchiare la diversità nella società che le circonda.» (fonte: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_317_en.pdf)

Durante i mesi precedenti l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona diverse sono state le iniziative – proseguite per tutto il 2010 – volte a divulgare la cultura dell’antidiscriminazione. Per citare solo le più importanti, il 24 aprile 2009, aPraga, ha avuto luogo il primo incontro della Piattaforma UE per l’inclusione dei Rom; meno di un mese più tardi l’Accademia del Diritto Europeo (ERA) ha indetto il primo seminario a tema antidiscriminazione rivolto alla formazione di giudici, procuratori, operatori della giustizia e docenti universitari; alla fine di giugno, a Budapest, si è svolta la conferenza in materia di antidiscriminazione che ha visto la partecipazione delle organizzazioni sindacali e delle ONG; all’inizio di settembre, ad Helsinki, un seminario ha chiarito quali buone pratiche siano necessarie affinché l’antidiscriminazione porti ad una reale integrazione; tra l’inizio e la metà di ottobre, a Nicosia prima ed a Lisbona poi, si sono svolte le Giornate della diversità; a fine ottobre è stata la Svezia ad organizzare, a Stoccolma, le Giornate svedesi della diversità; a novembre Eurobarometro ha pubblicato i risultati delle più aggiornate ricerche effettuate dagli stati membri dell’UE in merito all’antidiscriminazione; infine, all’inizio del2010, in diverse città dell’Unione Europea si sono svolti seminari e convegni le cui attività avevano lo scopo di divulgare l’inclusione sociale e la non discriminazione; fra i luoghi sede di questi incontri ricordiamo Budapest, L’Aja, Madrid, Cordoba, Metz, Bruxelles, Berlino, Varsavia, Atene ed ancora Bruxelles.

A che punto è, nell’Unione Europea, l’applicazione delle nuove norme  antidiscriminazione? Come ho già sottolineato, il Trattato di Lisbona impone agli stati membri dell’UE di attenersi a tutte le leggi del diritto comunitario, anche in materia di antidiscriminazione, in quanto la Cartadei diritti fondamentali è divenuta vincolante a livello giuridico. Nella fattispecie, all’articolo 21, la Carta Europearecita: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.» Mentre l’articolo 51 prevede quanto segue: «1. Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, organi e organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. (…)

2. La presente Carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’Unione al di là delle competenze dell’Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati.»

È stato inoltre creato lo strumento delle procedure d’infrazione, con il qualela Commissione Europeasi impegna a segnalare le carenze e/o l’errata ricezione, da parte degli stati membri, della legislazione comunitaria in tema di antidiscriminazione all’interno dei vari diritti nazionali. Ciò ha comportato che entro il primo gennaio 2007 tutti gli stati membri avrebbero dovuto porre rimedio ad eventuali ritardi legislativi in merito, con particolare riferimento all’uguaglianza razziale (2000/43/CE) ed alla parità di trattamento in materia di occupazione (2000/78/CE).

È a partire dal2007, l’anno europeo delle pari opportunità per tutte e per tutti chela Commissioneeuropea ha deciso di estendere la tutela giuridica contro le discriminazioni, attraverso nuove misure di diritto europeo, alle altre situazioni sociali che, mercato del lavoro a parte, vedono il proliferare delle discriminazioni che originano dal credo, dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età e dall’orientamento sessuale. Questa campagna ha avuto come risultato, il 2 luglio del 2008, di una nuova proposta di legge che vieta ogni forma di discriminazione – anche quella che si fonda sul sesso – nell’ambito della protezione sociale, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e dell’accesso a beni e servizi.

L’ampliamento della copertura giuridica a tutela delle vittime di parzialità pone l’accento sul divieto delle discriminazioni sia dirette che indirette e delle molestie che ne conseguono, mentre vuole introdurre nuovi diritti che favoriscano le persone affette da disabilità «per garantire condizioni di accesso non discriminatorie e soluzioni appropriate, tranne nei casi in cui tali obblighi comportino un onere sproporzionato» (fonte: Promozione delle pari opportunità: attività del 2009 per contrastare la discriminazione, Commissione europea, direzione generale per l’occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, unità G.4, giugno 2010). Una fra le caratteristiche più salienti di questa nuova proposta di legge è quella che riguarda l’istituzione di enti per le pari opportunità che siano in grado di promuovere il principio della parità di trattamento.

Veniamo ora alla relazione generale del Trattato di Lisbona emessa a marzo del 2010: essa ha teso a sottolineare, fra le altre cose, l’obiettivo strategico denominato Europa 2020 della Commissione europea, adottato lo stesso anno al fine di porre gli interessi delle cittadine e dei cittadini dell’UE al centro dell’azione europea. In particolare, la gestione Barroso, attuale presidente del Parlamento europeo, ha dato vita ad una serie di iniziative dedicate ai diritti fondamentali delle persone che vivono nell’Unione europea.

In particolare, grazie alla svolta operata subito dopo la ratifica del Trattato di Lisbona, è stato sempre più possibile dar voce alle cittadine ed ai cittadini europei in merito alle questioni più pressanti in termini di giustizia sociale. Nella fattispecie « Quando un numero sufficiente di cittadini condivide un’opinione, segnalata attraverso la raccolta di almeno un milione di firme, l’iniziativa dei cittadini può consentire loro di invitare la Commissione a presentare proposte legislative in settori che, a norma del trattato, rientrano nell’ambito di competenza dell’UE.

Considerato che tale strumento offre la preziosa possibilità di avvicinare l’Unione ai cittadini, in seguito ad un’ampia consultazione pubblica effettuata all’inizio dell’anno la Commissione ha proposto regole per l’istituzione dello strumento, in modo che i cittadini possano iniziare ad esercitare il nuovo diritto il più presto possibile.

In dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo su tali regole, che garantiranno che le iniziative dei cittadini siano rappresentative dell’interesse dell’UE, garantendo che lo strumento resti di facile impiego per i cittadini (…).» (fonte: Relazione generale 2010; agenda dei cittadini: mettere la persona al centro dell’azione europea).

Poco prima che quest’articolo fosse pubblicato, l’Unione Europea aveva emesso un provvedimento in merito alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere: il 28 settembre 2011 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sui diritti umani che intende ribadire il messaggio più volte lanciato da Strasburgo alla volta degli stati membri dell’UE: “dotatevi al più presto di norme giuridiche antidiscriminatorie che siano efficaci nella lotta all’omofobia ed alla transfobia”.

Dopo aver elencato i più importanti documenti prodotti da diversi organismi internazionali, che il Parlamento europeo ha fatto propri per produrre detta risoluzione (in particolare quello del 22 marzo 2011 – dichiarazione comune del Consiglio dei diritti dell’uomo in merito all’eliminazione delle violenze che si fondano su orientamento sessuale ed identità di genere e delle violazioni dei diritti umani ad esse collegate e quello del 17 giugno 2011 – risoluzione del Consiglio per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite – A/HRC/17/19), la risoluzione in oggetto chiede ai vari stati membri di adeguare le rispettive legislazioni ai principi contenuti nella risoluzione ribadendo, fra le altre cose, «la propria preoccupazione per le numerose violazioni dei diritti umani e le diffuse discriminazioni connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere perpetrate sia nell’Unione europea che nei paesi terzi», rammaricandosi che all’interno dell’UE i diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), fra cui quello all’integrità fisica, alla vita privata ed alla famiglia, il diritto alla libertà d’opinione, di espressione e di associazione, il diritto alla non discriminazione, il diritto alla libera circolazione anche per le coppie omosessuali e le relative famiglie, il diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ricevere cure mediche, oltre al diritto all’asilo, non siano ancora del tutto riconosciuti e rispettati. In particolare, all’articolo 7 della risoluzione si dice che l’Unione Europea: «condanna con assoluta fermezza il fatto che, in alcuni paesi, anche all’interno dell’Unione, l’omosessualità, la bisessualità o la transessualità siano ancora percepite come una malattia mentale e chiede agli Stati membri di affrontare questo fenomeno; chiede in particolare la depsichiatrizzazione del percorso transessuale e transgenere, la libera scelta del personale di cura, la semplificazione del cambiamento d’identità e una copertura da parte della previdenza sociale»; infine, al punto 15 il Parlamento europeo «esorta gli Stati membri e la Commissione (…) ad affrontare in modo completo le disuguaglianze in questione; ribadisce la sua richiesta che la Commissione elabori una tabella di marcia globale contro l’omofobia, la transfobia e le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere».

A che punto è l’Italia in merito all’applicazione delle leggi emanate dall’Unione Europea contro le varie forme di discriminazione? Il nostro Paese ha recepito la direttiva 2000/78/CE emettendo il decreto legislativo n° 216/2003, che definisce l’orientamento sessuale come segue: «in astratto: preferenze o inclinazioni di una persona di ordine sessuale; in termini concreti: condotte, pratiche, espressioni o manifestazioni varie (fisiche, verbali e non verbali) di natura sessuale.» (fonte: Walter Citti, servizio anti-discriminazioni ASGI – Associazione per gli Studi sull’Immigrazione – di Trieste, Seminario antidiscriminazione, Firenze, 21-22 gennaio 2011)

La direttiva in oggetto trova il suo maggior campo di applicazione in ambito lavorativo, al fine di non escludere le persone con orientamento omosessuale  dall’accesso all’occupazione, a partire dalla selezione del personale; in particolare, vengono compresi nel dettato di legge i casi di licenziamento o di mancata promozione; rappresenta invece eccezione al principio di parità di trattamento sancito dal dettato di legge quella caratteristica che « costituisce un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa, in relazione alla natura dell’attività o del suo contesto e sempre nel rispetto dei requisiti di obiettività e proporzionalità».

Se si esclude il suddetto decreto legislativo n° 216/2003, il nostro Paese ha dimostrato di essere alquanto in ritardo nell’applicazione della normativa europea antidiscriminazione. Il 26 luglio 2011 la Cameradei deputati del parlamento italiano ha bocciato per incostituzionalità – per la seconda volta dopo due anni – la legge contro l’omofobia promossa dalla deputata Anna Paola Concia. Il disegno di legge aveva lo scopo di introdurre l’aggravante per motivi omofobici in alcuni reati penali nei quali la vittima è stata sottoposta ad una qualche forma di violenza, mentre la maggioranza delle e dei deputati italiani ha teso a considerare le persone con orientamento omosessuale delle cittadine e dei cittadini uguali a tutti gli altri, contestando in modo netto ed aperto «ogni trattamento giuridico specifico e differenziato – sono parole di un deputato della maggioranza di governo – che come tale ammetterebbe e accentuerebbe una diversità, sostanzialmente incostituzionale. (…) Il disegno di legge offre una protezione privilegiata alla persona offesa in ragione del proprio orientamento sessuale e in particolare discrimina fra chi subisce forme di violenza, perché vi è una tutela rafforzata rispetto invece a chi subisce altre forme di violenza.» (fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/07/26/news/gay_stop_a_legge_su_omofobia_passa_pregiudiziale_costituzionalit-19651125/)

Le parole dell’ex deputata Vladimir Luxuria, a commento delle dichiarazioni di alcuni colleghi che hanno contribuito ad affossare la legge, non hanno lasciato spazio a dubbi: «non si può accogliere il Trattato di Lisbona, che è contro la discriminazione sessuale e poi, a livello nazionale, non considerare una punizione o un’aggravante per i reati di odio commessi nei confronti di gay, lesbiche e trans».

La bocciatura da parte del parlamento italiano di una legge che porrebbe l’Italia alla pari, rispetto all’Unione Europea, in merito al delicato tema della discriminazione è la prova del notevole ritardo culturale, oltre che civile, del nostro Paese; la laicità dello stato italiano è sancita dalla Costituzione italiana (articoli 7 e 8), anche se le origini di questo indirizzo civile sono da rinvenire nel pensiero di Camillo Benso, conte di Cavour, uno dei massimi fautori dell’unità d’Italia, di cui ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario. Il concetto cavouriano di “libera chiesa in libero stato” ha ceduto il passo, con il trascorrere dei decenni – nell’Italia appena unificata prima e durante il ventennio fascista poi – ad una serie di provvedimenti, di chiaro influsso vaticano, volti ad imporre allo stato italiano assurde norme comportamentali che, in materia di antidiscriminazione, non fanno che incrementare l’omonegatività sociale. Ciò comporta, come si è appena visto, la mancata approvazione di leggi a respiro europeo che porrebbero il nostro Paese, se non alla pari, almeno un po’ più vicino agli altri che fanno parte dell’Europa dei ventisette stati, la maggior parte dei quali all’avanguardia in merito alla garanzia di pari diritti per le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. In tutto ciò si ravvisa un fin troppo evidente patto scellerato tra lo stato estero del Vaticano e quello italiano.

Di recente ho chiesto un parere in merito a questo scottante tema a Franco Barbero, il prete della chiesa di Roma che la Congregazioneper la Dottrinadella Fede, con un’ordinanza emessa nel 2003, haridotto allo stato laicale senza sottoporlo ad alcun processo canonico. Quelle che seguono sono le sue parole: «Patto scellerato tra governo italiano e vaticano? (…) Si tratta di una reciproca prostituzione, con vergognosi scambi di collaborazioni e di privilegi. (…) Eppure dovremo pure un giorno rimettere mano alla “Questione Concordataria – Patti Lateranensi” per andare verso una forma di reciproco riconoscimento (…) . Se il caso italiano è una vera e propria vergogna in Europa e nel mondo, se il Parlamento non legifera (ma esegue le volontà vaticane) è perché l’influenza dei signori dei sacri palazzi è ancora ben potente.»

Leggendo le parole di Franco Barbero mi sorge spontanea una domanda: fino a che punto lo stato italiano è disposto a continuare a negare pari diritti civili e, quindi, pari dignità, ad una parte così consistente della sua popolazione, relegandola in tal modo in una sorta di zona grigia, in nome di quel patto scellerato, mentre continua a seguire i dettami di un istituto religioso, la chiesa cattolica di Roma, che si ostina in modo pervicace a governare l’intera sua comunità – l’Ecclesia – grazie ad un sistema che si fonda in modo quasi esclusivo sul «monopolio del potere e della verità, – sono parole di Hans Kung – il giuridismo e il clericalismo, la sessuofobia e la misoginia e un uso della forza religioso e anche profano»?

 

Lidia Borghi

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“Una separazione”, film iraniano che scopre il vecchio nervo dell’omicidio preterintenzionale

La locandina italiana del film.

Questo non è un blog di cinema, naturalmente, ma oggi volevo parlarvi di un film iraniano molto bello che ho visto nel fine settimana, e che consiglio a tutti: “Una separazione” di Ashgar Farhadi. Il film si snoda lungo due principali filoni narrativi. Nel primo una coppia della classe media iraniana (lui bancario, lei insegnante) si separa: lei vorrebbe emigrare all’estero per garantire un futuro migliore alla figlia, lui non è d’accordo. Nel secondo il marito assume una badante per sostituire la moglie nella cura del padre malato di Alzheimer, ma quando la donna si assenta senza autorizzazione ci litiga. L’alterco si fa concitato, l’uomo strattona la badante per farla uscire di casa e la donna, incinta, ha un aborto.

Il film ci mostra dunque due procedimenti giudiziari iraniani: quello relativo alla separazione e il procedimento istruttorio per omicidio preterintenzionale del feto a carico dell’uomo. Non c’è modo di sapere quanto fedelmente il film ritragga il sistema giudiziario iraniano, e infatti non è di questo che vorrei parlare. Desidero invece soffermarmi sulla figura dell’omicidio preterintenzionale, un reato estremamente anomalo e criticato e che pure esiste in quasi tutti gli ordinamenti penali.

Nel Codice penale italiano, l’omicidio preterintenzionale è un reato, appunto, preterintenzionale, ossia “oltre l’intenzione”. Si risponde a titolo di preterintenzione quando “dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericolo piu’ grave di quello voluto dall’agente”. Risponde di omicidio preterintenzionale chi, intendo esclusivamente percuotere una persona o cagionarne lesioni, ne causa invece accidentalmente la morte.

La figura dell’omicidio preterintenzionale è molto criticata perché determina spesso l’applicazione di una pena molto piu’ pesante di quella che sarebbe applicata attribuendo all’agente i reati di percosse o lesioni e di omicidio colposo.

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Crescenti difficoltà nell’esecuzione dei mandati d’arresto emessi dai Tribunali penali internazionali

I Tribunali penali internazionali sono una figura ormai ben nota ai giuristi: il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, il Tribunale speciale per la Sierra Leone, il Tribunale speciale per il Libano, i Tribunali misti della Cambogia e di Timor Est.

Primus inter pares fra questi organi giurisdizionali dovrebbe essere il Tribunale penale internazionale dell’Aja, con giurisdizione teoricamente universale.

Questo maggior coinvolgimento della comunità internazionale nella repressione dei crimina juris gentium ha suscitato grandi entusiasmi, ma anche accuse di “giustizia del vincitore” (già rivolte ai Tribunali di Norimberga e di Tokyo) e qualche scetticismo.

Quel che è certo, è come recentemente i mandati d’arresto emessi da questi Tribunali abbiano incontrato notevoli difficoltà d’esecuzione. Il Tribunale speciale per il Libano, la cui giurisdizione è circoscritta all’attentato contro l’ex primo ministro Hariri del 2005, ha concluso la sua inchiesta ed emesso mandati d’arresto a carico di alti esponenti di Hezbollah, ma è praticamente pacifico che questi ultimi non verranno mai consegnati al Tribunale (Hezbollah fa parte del Governo libanese, oltre a non essere comunque controllabile da parte di quest’ultimo). Dopo la recente guerra civile in Libia, numerosi esponenti del deposto regime sono fuggiti in Tunisia e in Chad, stati che pure sarebbero entrambi membri del Tribunale penale internazionale. Ancora piu’ di recente, lo stesso TPI si è lamentato di come il Presidente sudanese Al Bashir viaggi tranquillamente per tutta l’Africa, pur essendo stato emesso un mandato d’arresto a suo carico.

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Le leggi speciali annunciate dal Governo dopo gli eventi di Roma

Polizia greca in assetto antisommossa.

Dopo i noti fatti di Roma, esponenti della maggioranza e dell’opposizione hanno chiesto la promulgazioni di leggi speciali a tutela dell’ordine pubblico, proposta che è stata fatta propria dal ministero degli Interni.

Una delle ipotesi più quotate è il ripristino della Legge Reale, promulgata nel corso degli anni di piombo e in parte ancora in vigore. Le disposizioni abrogate che si vorrebbero reintrodurre sono, a quanto pare, quelle che aumentavano i poteri d’arresto della Polizia e prevedevano il processo per direttissima per i reati contro l’ordine pubblico. Nulla nella Legge Reale, comunque, scardinava le garanzie costituzionali, gli arresti dovevano essere comunque convalidati dal magistrato e il processo per direttissima è già previsto dal Codice di procedura penale. Disposizioni non più dure, insomma, di quelle introdotte a carico dei tifosi violenti o degli stalker.

Piu’ preoccupante la proposta del ministero degli Interni di imporre agli organizzatori di una manifestazione pubblica di prestare fidejussione a garanzia di eventuali danni arrecati durante la manifestazione stessa. L’articolo 17 della Costituzione, infatti, recita: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. Questa disposizione, pertanto, stabilisce in modo analitico, compiuto e autosufficiente quali sono i limiti della libertà di riunione, e deve ritenersi che non possano esserne aggiunti altri con legge ordinaria.

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News varie dal mondo del diritto

Si impennano le cause giudiziarie in materia di sinistri stradali

Nonostante da tempo il legislatore e la prassi assicurativa tentino di incoraggiare la definizione stragiudiziale delle controversie nascenti da sinistri stradali (basti pensare al celeberrimo modulo di constatazione amichevole), nel 2010 si è impennato il numero di cause relative a questa materia.

E’ possibile che la tendenza sia stata incoraggiata dall’ampia devoluzione di questo tipo di vertenze alla competenza del giudice di pace, che decide le controversie in materia di sinistri stradali fino al valore di ventimila euro (contro i cinquemila euro della sua competenza ordinaria). Le cause davanti al giudice di pace sono infatti tendenzialmente piu’ rapide e meno costose.

 

Lo stalking della madre preoccupata: inconveniente prevedibile di una legge meritoria ma poco precisa

Il reato di stalking è stato introdotto nel nostro ordinamento con la legge Carfagna del 2009 per proteggere le donne vittime di molestie particolarmente pesanti e minacciose da parte di ex o corteggiatori respinti.

La legge, fra le altre cose, ha inserito nel Codice penale l’articolo 612-bis, che recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Fin dall’inizio, la dottrina aveva messo in guardia sull’eccessiva vaghezza della disposizione, evidente ad esempio nella criminalizzazione di “condotte reiterate” idonee ad alterare le “abitudini di vita”. Si pensi all’uomo che, nel tentativo di conquistare una donna che incontra ogni mattina in tram, tenti qualche approccio e le porti qualche regalino. La donna, imbarazzata, per non incontrare ulteriormente l’uomo cambia tram. Siamo già di fronte a un caso di stalking ?

Puntualmente, i nodi sono venuti al pettine, e l’Autorità giudiziaria ha dovuto annullare la misura di prevenzione applicata dall’Autorità di pubblica sicurezza a una madre troppo ansiosa nell’informarsi sulla salute e i movimenti del figlio studente universitario.

 

Matrimoni italiani sciolti in Romania

Sarebbero sempre piu’ numerose le coppie italiane che ottengono lo scioglimento del loro matrimonio dall’Autorità giudiziaria rumena anziché italiana. I costi, a quanto pare, sarebbero inferiori.

In effetti, la normativa europea sulla cooperazione in materia giudiziaria impone agli Stati UE di riconoscere reciprocamente le sentenze emesse dai rispettivi giudici. E’ pertanto teoricamente possibile divorziare all’estero e poi far trascrivere la sentenza dall’Ufficiale di stato civile italiano. Naturalmente, il meccanismo può funzionare solo se il divorzio è consensuale.

 

Danno cagionato da cani randagi, ne rispondono ASL e Comune

Il principio generale del nostro ordinamento è che dei danni cagionati da un animale risponde il suo proprietario. I cani randagi, tuttavia, non appartengono a nessuno. Eppure possono cagionare danni alla salute anche molto gravi, si pensi al morso di un cane randagio affetto da rabbia. La Corte di cassazione ha stabilito che, se è ben vero che i cani randagi non appartengono a nessuno, vi sono tuttavia degli enti che hanno dei ben precisi obblighi di vigilanza sui medesimi, previsti dal diritto amministrativo. Si tratta del Comune e della ASL competenti per il territorio in cui il cane ha provocato il danno. Saranno questi enti a essere tenuti al risarcimento del danno, ma solo se il danneggiato dimostra che essi non hanno diligentemente adempiuto ai loro obblighi legislativi di contrasto al randagismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vescovo americano rinviato a giudizio per favoreggiamento in caso di pedofilia

Natalie Portman alle prese con un Vescovo pedofilo nel film "V per vendetta".

Gli Stati Uniti sono un Paese contraddistinto da un sistema giudiziario severo, e non sono certo una novità le cause civile contro le Diocesi per gli atti di pedofilia commessi dai sacerdoti in esse incardinati. E’ la prima volta, però, che viene esercitata l’azione penale nei confronti di un Vescovo.

Si tratta di S.E. Robert Finn, Vescovo di  Kansas City. Al prelato si contesterebbe di aver denunciato alle Autorità locali il suo sacerdote don Shawn F. Ratigan, che era stato scoperto in possesso di immagini pedopornografiche sul suo computer. Si sarebbe trattato di fotografie scattate dallo stesso don Ratigan, e in alcuni casi i bambini ritratti sarebbero stati addirittura infanti.

In seguito, don Ratigan molestò alcuni bambini in una scuola in cui insegnava. Un elemento, quest’ultimo, probabilmente irrilevante sul piano penale, ma che rende il caso oltremodo imbarazzante sul piano politico.

Da notare che, negli Stati Uniti, il rinvio a giudizio viene disposto da una vera e propria giuria popolare, il gran giurì, su richiesta della Procura. Si tratta dunque di un provvedimento particolarmente autorevole, fermo restando che è la giuria del dibattimento (“petit jury“) ad avere l’ultima parola.

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Il diritto dei giornalisti a non rivelare le proprie fonti

L'attrice americana Christine Taylor interpreta la giornalista Mathilda Jeffries nel film di culto "Zoolander".

Il diritto dei giornalisti a non rivelare le proprie fonti, perfino all’autorità pubblica, è considerato un presidio della libertà di stampa. Difficilmente, tuttavia, esso è riconosciuto dalla legge nella sua integralità, e l’Italia non fa eccezione.

Il segreto professionale, in Italia, è disciplinato dall’articolo 200 del Codice di procedura penale. L’articolo 200 riconosce in modo integrale il diritto di mantenere il segreto professionale di alcune categorie: ministri di culto (esempio tipico il sacerdote cattolico in confessione), avvocati, investigatori privati, periti, notai e sanitari. Gli appartenenti a queste categoria non possono essere chiamati a rivelare fatti conosciuti nell’esercizio delle loro funzioni nemmeno dall’Autorità giudiziaria penale.

Piu’ ristretto il segreto professionale riconosciuto ai giornalisti. Innanzitutto, esso è riconosciuto esclusivamente ai giornalisti iscritti alla Sezione professionisti dell’Albo: quindi non ai giornalisti pubblicisti, che sono numerosissimi. Inoltre l’articolo precisa che “se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni”.

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Il nuovo Codice dell’ordinamento militare

Membri delle forze speciali sudcoreane in fase d'addestramento.

Nel marzo 2010, il Governo ha emanato per il Decreto il nuovo Codice dell’ordinamento militare. Scopo di questa codificazione era riunire e riordinare le innumerevoli leggi vigenti in materia militare, spesso peraltro vetuste (la piu’ antica risaliva al 1885). Un’opera monumentale, che ha prodotto un Codice di 2272 articoli : per fare un paragone, il Codice civile ne ha 2969.

Con tutto ciò, purtroppo, il Codice lascia ancora sopravvivere numerose leggi speciali, ossia non codificate. Inoltre, si sarebbe potuto approfittare dell’occasione per riordinare l’intera materia militare, ad esempio unificando i Codici penali militari di pace e di guerra e riformando l’Ordinamento giudiziario militare, che attualmente impegna magistrati, pubblici ministeri e cancellieri presso Tribunali militari che hanno una giurisdizione ridottissima.

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